52 Domeniche in Romagna
 
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ITINERARIO 21 (Santa Sofia)
 
RIPE TOSCANE
RIPE TOSCANE
CARTA ESCURSIONISTICA CONSIGLIATA:
PARCO NAZIONALE DELLE FORESTE CASENTINESI, MONTE FALTERONA CAMPIGNA 1:25000

Distanza: 7,5 km
Durata: una giornata
Periodo consigliato: da aprile ad ottobre
Partenza e arrivo: Lago di Corniolo - Pian del Grado
DIFFICOLTÀ ELEVATA

Quiete, solitudine, tranquillità: ecco le sensazioni che si avvertono percorrendo questo itinerario. La traccia sale lungo una pendice della valle del torrente Celle, in un ambiente fatto di boschi fitti che si alternano a tratti brulli costellati da bassi arbusti. Ci si trova sul confine del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna. Le ripe offrono un paesaggio singolare, con ripide coste di arenaria che scendono verso la stretta valle del torrente Celle. Punto di arrivo è Pian del Grado, borgo dove lavoravano e vivevano operai dell'Opera di Santa Maria del Fiore, oggi intatto e dimenticato in una bella valle al confine del bosco di Campigna. Prima, si incontra l’abitato di Celle, che, con la sua storia di lotte partigiane, racconta una parte della vita di questo territorio. Lungo la camminata si attraversano poi boschi folti, popolati da numerose specie di animali: rettili ed anfibi, ungulati e una grande varietà di volatili.
Facendo silenzio ed attenzione si potranno ammirare alcuni esempi della fauna locale. Inoltre leggende di spiriti e tesori nascosti tra i monti e le rovine degli antichi castelli contribuiscono a rendere l’atmosfera ancor più suggestiva. Il trekking è a tratti impegnativo e presenta alcune zone esposte in cui occorre fare attenzione. La lunghezza però non è eccessiva, 7/8 km per passare dai 550 metri s.l.m. di Lago di Corniolo, punto di partenza, agli 887 metri s.l.m. di Pian del Grado.


DA NON PERDERE
Vallata torrente Celle
Corniolo
Celle
Pian del Grado
PERCORSO
PERCORSO
Tratto del sentiero tra le Ripe Toscane
Corniolo rappresenta l’ultimo paese romagnolo della Valle del Bidente. Posto in mezzo agli Appennini, tra Adriatico e Tirreno, a circa 50 km da Forlì e ad altrettanti da Stia, l’abitato, parte del comune di Santa Sofia, è collegato con le più importanti cittadine da una lingua d’asfalto che percorre la Val Bidente e, attraverso il Passo della Calla, giunge in territorio toscano.
Soggetto allo spopolamento, offre un piccolo centro storico che si sviluppa in gran parte lungo lo stretto e ripido borgo. La lastricata che attraversa il paesino porta su Piazza Pasquale II, dove sorge la monumentale Chiesa di San Pietro.
Ricostruita tra il 1922 e il 1926, vanta una pala d’altare del 1520 e una terracotta della Robbia.
Nel vicino Oratorio di S.Maria della Crocetta, si può ammirare un prezioso affresco del XIV secolo.
La partenza di questo itinerario si trova un paio di chilometri a monte dell’abitato, in località Lago di Corniolo, così chiamata, nonostante non esista alcuno specchio d’acqua, perché una frana bloccò le acque del vicino torrente, creando per alcuni mesi un lago, in fondo al quale si dice sia sommerso un tesoro.

Fonte del Bercio
Poco prima di oltrepassare il ponte sul torrente Celle, si svolta a destra in una strada sterrata e al bivio successivo si prende a sinistra.
Dopo aver percorso poche centinaia di metri si incontra una sbarra e un piazzale dove è possibile posteggiare l’automobile.
Da qui parte l’escursione a piedi. Si cammina lungo la sterrata per circa 600 metri e poi si imbocca sulla destra un piccolo sentiero. Occorre prestare attenzione, considerato che non esistono cartelli segnaletici ma solo il classico segno bianco e rosso dipinto sulla pietra.
La traccia è ripida e sconnessa e porta in breve tempo ad un grande edificio diroccato, posto su un rigagnolo d’acqua che scende dalla destra del percorso. Si attraversa un piccolo ponte e ci si ritrova all’interno di un fitto bosco di roverelle, lecci, ontani.
Superato questo tratto, sulla sinistra si vede la diga sul torrente Celle, creata per la presa d’acqua necessaria all’impianto di potabilizzazione di Isola. Ancora qualche
passo e si possono scorgere alle proprie spalle i ruderi del Castello di Corniolino.
I pochi resti sorgono a 763 metri di altezza sulla vetta di un colle oltre il torrente.

Castello di Corniolino
La grande porta principale, alta più di cinque metri, è l’unica parte di rilievo rimasta intatta del fortilizio.
Incerte le sue origini, di sicuro si sa che appartenne ai Conti Guidi e fu abbandonato nel XV secolo. Selciati si alternano a tratti d’erba: ci si trova al confine del Parco Nazionale Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna e il sentiero sale, avvicendando ripide ascese a falsipiani.
Si cammina sempre all’interno di una fitta macchia e in 2 km si giunge alla fonte di Fossacupa: more e alberi di corniole bordano il percorso. Presso questa sorgente, è possibile rifornirsi di acqua, ma nei periodi estivi e di maggiore siccità la fonte potrebbe essere a secco. Oltrepassato il rudere di Ca’ Filettino, l’itinerario prosegue con una traccia appena accennata in leggera salita. La vegetazione ad alto fusto si dirada e lascia spazio ad una costa rocciosa e friabile costellata da qualche arbusto e pianta floreale mediterranea.
È questo il tratto denominato Ripe Toscane. Di grande impatto visivo, il sentiero si snoda alto e a tratti esposto sulle rocce che corrono ripide verso il fondovalle: sulla sinistra il torrente Celle scivola in una valle stretta e tortuosa. Il terreno scivoloso consiglia di prestare attenzione. Terminate le Ripe, si rientra nel bosco e si raggiunge un’altra fonte, quella del Bercio.

Ruderi di Ca’ Filettino
Da qui il sentiero prende a scendere ripido verso un fondovalle secondario e poi riprende l’ascesa lungo il torrente Celle che rimane comunque più in basso e non visibile. Senza particolari difficoltà si continua per un paio di chilometri fino a giungere alla località Celle.
Dell’antico abitato, posto sulle sponde dell’omonimo corso d’acqua, non rimane che qualche rudere parzialmente inghiottito dal bosco.
Il luogo, oltre ad essere di una bellezza straordinaria, riveste grande importanza storica. Fu infatti teatro di ripetuti e violenti scontri durante la seconda guerra mondiale tra partigiani e tedeschi, questi ultimi impegnati a piegare le resistenze nei pressi della Linea Gotica. Racconti e immagini sono riportati su un cartello informativo, in ricordo di quelle aspre battaglie.
Superato un ponticello, si raggiunge la strada forestale, che scende dalla S.S. per Campigna, percorribile anche in auto nella bella stagione. Si svolta poi a destra e si cammina sulla sterrata.
Dopo aver superato alcuni tratti di salita impegnativi, si giunge a Pian del Grado. Il borgo è formato da poche case, attaccate le une alle altre, in una vallata che, per l’isolamento e il paesaggio, è una delle più belle dell’area dell’alto Appennino forlivese, ai margini della foresta di Campigna.
Qui risiedevano operai e guardiani alle dipendenze dell'Opera di Santa Maria del Fiore; il borgo, inoltre, è stato centro di lavorazione artigianale del legno ed era rinomato per i suoi fertili pascoli.
Ora è completamente disabitato ma ben conservato: le case, costruite in pietra, vengono infatti utilizzate come abitazioni estive.
Esiste una fonte in cui è possibile rifornirsi di acqua.
Da qui, un ripido sentiero sale sulla vetta del Falterona, le cui pendici sfiorano la valle di Pian del Grado.
L’itinerario si ferma qui. Il ritorno può essere effettuato per il percorso di andata o attraverso la strada forestale verso Campigna.
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APPROFONDIMENTI

FOSSO DEL SATANASSO
A poche centinaia di metri dalla strada statale che da Corniolo porta a Campigna, troviamo un angolo di foresta talmente fitto da sembrare impenetrabile. Poco distante dal gruppo di case di Pian del Grado c’è, infatti, il fosso del Satanasso, che scende a valle con un pauroso strapiombo: qui il bosco è denso e intricato, buio anche in pieno giorno, ed è facile perdere l’orientamento tra i tronchi e gli arbusti, senza punti certi di riferimento. La popolazione di queste zone racconta che il fosso del Satanasso sia abitato dall’anima di Mantellini, uomo avido e solitario che visse da queste parti con una capretta bianca, in un tempo imprecisato. Mantellini, in punto di morte, avrebbe stretto un patto con Satana, cedendogli la sua anima in cambio di poter continuare a vivere nei boschi e scatenare, di tanto in tanto, un violento temporale.
Si dice anche che gli abitanti dei poderi vicini, atterriti dalle continue tempeste e dalle apparizioni dello spirito, si siano rivolti ad un esorcista di Camaldoli, che ha confinato lo spirito all’interno del fosso del Satanasso. Da allora c’è chi giura di aver intravisto, nel buio del Satanasso, la figura allampanata di Mantellini, che vaga accompagnato dalla fedele capretta e dal tintinnio del suo campanellino.

AMANITA MUSCARIA
AMANITA MUSCARIA
L’amanita muscaria è una specie di amanite piuttosto diffusa delle circa 80 specie rinvenibili in Italia. Il suo nome specifico deriva dal latino muscarius, ossia delle mosche, per via delle sue proprietà moschicide. Si tratta di un fungo velenoso, che può provocare avvelenamento (neurotropico), per questo chiamato anche ovolo malefico. Questo fungo fruttifica dall’estate all’autunno, soprattutto nei boschi e nelle vicinanze di piante e arbusti, conifere e latifoglie.
Il cappello dell’amanita muscaria è rosso con bolle bianche; si tratta del fungo più rappresentato nei libri di fiabe per bambini, sempre associato alla presenza di gnomi ed elfi. L’anello fra cappello e gambo è bianco a forma di gonnellino. Il gambo bianco è piuttosto staccato dal cappello (struttura eterogenea), per questo le lamelle del fungo, anch’esse bianche, sono libere e staccate dall’inserzione delle due parti. Nonostante la sua tossicità, l’amanita viene consumata in alcune regioni del mondo, nel caso italiano, nei pressi del Lago di Garda, dove si usa asportare la cuticola del cappello, ossia la parte più tossica del fungo. In ogni caso è consigliabile non mangiarlo.


SITI INTERNET D'APPROFONDIMENTO

www.comune.santa-sofia.fo.it
www.parks.it/parco.nazionale.for.casentinesi
www.campigna.it

 
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Data: 16/12/2018
52 Domeniche in Romagna
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